Favole giapponesi e storie dell’antico Giappone

Favole giapponesi e storie dell’antico Giappone

Marzo 25, 2019 Off Di Cristina Muggetti

I bimbi in Giappone crescono con i racconti di favole e storie giapponesi che gli adulti raccontano loro fin dalla tenera età. Un po’ come in Italia e negli altri paesi del mondo le favole giapponesi nascono secondo la tradizione del paese da cui provengono.

Quindi usi e costumi presenti saranno direttamente collegati a quelli giapponesi. Come ad esempio la storia di Kintaro o della principessa Kaguya che hanno raggiunto, con il loro fascino, anche i paesi europei.

Kaguya Hime

favole giapponesi Kaguya HimeC’era una volta, tanto tempo fa, un vecchio che viveva con sua moglie in un piccolo villaggio. La coppia ricavava il necessario per vivere dai bambù, con cui faceva dei cesti ed altri oggetti.

Un giorno il vecchio si trovava nella foresta di bambù, come al solito, quando ne vide uno che stranamente splendeva. Decise di tagliarlo, con sorpresa, vi trovò una bambina in fasce e tante monete d’oro.
Il vecchio e sua moglie, che non avevano figli, decisero di allevare la bambina come se fosse stata la loro vera figlia, e la chiamarono Kaguya Hime (Principessa di Bambù).
Fu così che la nuova famiglia, prima povera, divenne una delle più ricche del villaggio.

La bambina cresceva e diventava ogni giorno più bella, tanto che tutti gli uomini del villaggio la andavano a trovare e ne chiedevano la mano.
Ma lei sembrava non dare importanza alla cosa e non degnava alcun uomo di uno sguardo.

Allora il vecchio disse ai pretendenti che chiunque le avesse portato il tesoro immaginario, l’avrebbe presa in moglie. Ma nessuno dei pretendenti vi riuscì: alcuni portarono doni molto costosi cercando di ingannarla senza successo, altri invece lasciarono perdere e non si dedicarono alla ricerca del tesoro immaginario.

Il tempo passava e i due genitori adottivi si accorsero che la fanciulla guardava spesso la luna e piangeva. Allora le chiesero come mai guardasse così tante volte la luna e come mai piangesse vedendola.
“Vedete” disse infine la ragazza “io provengo da lì. Ed il 15 Novembre degli angeli verranno a riprendermi”.

Quando venne la notte del 15 Novembre, il vecchio padre e sua moglie chiamarono alcuni soldati in difesa della propria figlia adottiva cui erano ormai molto affezionati.
Non volevano che ritornasse sulla Luna, e per questo erano molto tristi. Quando fu l’ora stabilita, una luce accecante partì dalla Luna e investì la casa ed i soldati, caddero per magia in un sonno improvviso.
Fu allora che la principessa Kaguya si abbandonò dolcemente a quella forza misteriosa ed alcuni angeli la portarono via. Ai vecchi genitori in lacrime non restò che vedere la figlia scomparire nel cielo.

Questa è, forse, le più famosa tra le favole giapponesi che conosciamo in Italia. Isao Takahata è il regista del famoso film tratto da questa favola “Storia della principessa splendente”. Per vederlo vai QUI.

Urashima Tarō

favole giapponesi Urashima TarōUn pescatore – Urashima Tarō – sottrae una tartaruga alle angherie di un gruppo di bambini. Come ricompensa, la regina Othoime lo invita nel suo regno sottomarino dove, tra meraviglie d’ogni sorta, Tarō trascorre giorni davvero felici. Ma la nostalgia si fa sempre più intensa e Taro decide di tornare a casa.

Come ricordo, la regina gli dona un prezioso scrigno che egli però non dovrà aprire mai. Al ritorno, Tarō scopre che tutto è cambiato. Il suo paese è diventato una città, una fabbrica ha preso il posto della sua casa, per le strade è tutto un viavai di auto, l’aria è diventata irrespirabile.

Triste e desolato va alla spiaggia, si ricorda dello scrigno e lo apre. Una nuvola di fumo bianco lo avvolge. E Tarō invecchia improvvisamente.

 

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Hanasaka Jiisan

Viveva una volta, in un remoto villaggio di montagna in Giappone, un vecchio onesto con sua moglie. Il vecchio uomo si trovava un giorno a lavorare nel suo campo, quando arrivò piangendo un piccolo cagnolino bianco.
Il cucciolo era stato maltrattato dal vicino avido del campo accanto a quello del vecchio. «Oh, povero cucciolo!» esclamò il vecchio, e prendendolo con sé gli diede per nome Shiro (bianco in giapponese).

favole giapponesi Hanasaka JiisanIl vecchio e sua moglie amavano molto Shiro. Il cucciolo, a sua volta, era anche molto legato alla coppia di anziani, ed ogni giorno aiutava il vecchio con il suo lavoro nei campi. Col passare del tempo Shiro crebbe velocemente fino a diventare un grosso cane.
Un giorno, Shiro condusse il vecchio su una montagna vicina.
Quando raggiunsero la cima, Shiro abbaiò insistentemente, indicando il terreno con il proprio muso. Quando il vecchio cominciò a scavare, con sua grande meraviglia delle monete d’oro scintillanti apparvero tra la terra.

Il vicino avido e sua moglie, avendo sentito questa storia, decisero di prendere di nascosto il cane e tirandolo con una corda, lo costrinsero a seguirlo nella montagna dove il vecchio padrone di Shiro aveva trovato le monete d’oro.
«Dov’è l’oro?» chiese l’avido vicino. Spaventato, Shiro iniziò a piagnucolare. «Ah, quindi è qui», disse il vecchio, e cominciò a scavare. Solo che invece delle monete d’oro, dal terreno usciva solo spazzatura. «Come osi!» esclamò il vecchio e furioso, uccise il povero Shiro.

Quando gli onesti padroni seppero della morte del loro amato cane, provarono una profonda tristezza. Il vecchio uomo decise di seppellirlo nel campo vicino alla sua case e, dalla tomba di Shiro, un piccolo alberello cominciò a germogliare dopo pochi istanti. Il giorno successivo, era già diventato un albero imponente.
Sapendo quanto Shiro fosse stato ghiotto di torte di riso al vapore, decisero di abbattere l’albero cresciuto sopra la tomba del cane, per realizzarne un mortaio utile a preparare proprio delle torte di riso. Quando il vecchio cominciò a pestare il riso nel mortaio, ecco che i chicchi di riso si trasformarono in monete d’oro.

Il fatto miracoloso non sfuggì all’avido vicino che, anche questa volta, approfittando della lontananza della coppia onesta, si impadronì del mortaio.
Ma quando fu il vecchio avido a provare a pestare il riso, questi non divenne monete d’oro ma fango. Inutile dire che il vecchio avido, distrusse il mortaio in mille pezzi e lo gettò nel fuoco.

Ancora una volta il vecchio onesto non si lasciò prendere dall’ira e raccolse le ceneri del mortaio, mettendole in una scatola. Decise di spargere le ceneri accanto a un ciliegio ormai sfiorito, eravamo in autunno, ma quando le ceneri toccarono il terreno, l’albero fiorì di colpo. In poco tempo tutti gli alberi, ormai sfioriti, ripresero ad essere rigogliosi come in primavera, grazie alle ceneri sparse dall’onesto anziano.

Successe, qualche tempo dopo, che il daimyo (il signore di quel feudo) avesse sentito la storia miracolosa e avesse invitato nel suo palazzo il vecchio, affinché rinverdisse gli alberi del suo splendido giardino. E cosi fu. Il daimyo diede al vecchio un’enorme quantità di oro come ricompensa del piccolo miracolo.

Il vicino avido, sentendo la storia, prese le ceneri rimaste del mortaio e si diresse di corsa al palazzo del daimyo. Quando però fece per spargere le ceneri, il vento le portò negli occhi e nel naso del sovrano che, per punizione, lo fece rinchiudere nella prigione del palazzo.

Questa è una delle favole giapponesi che preferisco perchè racchiude in sè molti insegnamenti.

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La Dama Bianca e La Dama Gialla

Molto tempo fa, in un prato, erano nati due crisantemi vicini, uno bianco e uno giallo. 
Un giorno un vecchio giardiniere passò di lì e rimase colpito dalla bellezza della Dama Gialla. Le disse che se fosse andata con lui, l’avrebbe resa ancora più bella e le avrebbe dato cibo raffinato e bei vestiti. La Dama Gialla fu talmente felice di quella proposta che accettò subito, dimenticandosi della sua sorella bianca. Il giardiniere la portò quindi con sé e la mise nel suo giardino.

La Dama Bianca iniziò a piangere disperatamente: non solo la sua bellezza non era stata apprezzata, ma era rimasta sola. La Dama Gialla iniziò a diventare ogni giorno più bella e nessuno avrebbe detto che si trattava di un fiore di campo. Ogni tanto però, pensava alla sua sorella bianca e si chiedeva come se la cavasse da sola nel prato.

favole giapponesi La Dama Bianca e La Dama GiallaUn giorno il capo di un villaggio andò dal vecchio giardiniere, chiedendo un semplice crisantemo bianco per poter realizzare lo stemma del suo signore. Il vecchio giardiniere gli mostrò orgoglioso la Dama Gialla, ma il capo del villaggio la rifiutò: non voleva un bel crisantemo con molti petali, ma un semplice crisantemo bianco con 16 petali. Ringraziò così il giardiniere e se ne andò.

Sulla via del ritorno passò per il prato in cui si trovava la Dama Bianca e la sentì piangere. Sconsolata, la Dama Bianca gli raccontò la sua storia e l’uomo le disse che aveva appena visto la Dama Gialla, ma che questa non era bella nemmeno la metà di quanto lo fosse lei. La Dama Bianca smise di piangere e si rallegrò.

L’uomo le disse che l’avrebbe messa sullo stemma del suo signore e la portò al palazzo del Daimyo. Lì, artisti da ogni parte del regno vennero per ritrarla e in poco tempo ogni oggetto del palazzo riportava un’immagine della Dama Bianca. Tutti erano d’accordo nel dire che il crisantemo bianco era lo stemma più bello del Giappone.

La Dama Gialla, invece, un giorno si accorse che la sua bellezza stava svanendo. Sentì la vitalità cessare nel suo corpo e la testa le si piegò in avanti. Quando il giardiniere la vide, la prese e la gettò nella spazzatura.

La campana e il karma

Nella città di Hidaka vi era una casa da tè, vicino a una collina chiamata “L’Artiglio del Drago”, in cui dimorava una ragazza bellissima, Kiyo. Vicino alla casa da tè vi era un monastero buddhista con un campanile, al cui interno era presente una campana pesante diverse tonnellate. 
I monaci che vivevano all’interno del monastero avevano una vita semplice, senza mangiare carne né pesce, senza mai bere sakè e con il divieto di entrare nella casa da tè per preservare la loro spiritualità.

Un giorno un monaco stava tornando al monastero, quando vide nel giardino della casa da tè la splendida Kiyo. Rimase ad ammirarla, ma resistette all’impulso di entrare nel giardino. La notte era calata, ma il monaco non riusciva a prendere sonno pensando a Kiyo e nemmeno le preghiere riuscivano a distoglierlo dal suo pensiero. Il suo amore per Kiyo si fece così ardente che decise di infrangere le regole ed entrò nella casa da tè.

La campana e il karmaAndò a trovare Kiyo diverse volte e anche lei ricambiava il suo amore. Passarono insieme delle notti di passione, ma col passare del tempo il monaco iniziò a pentirsi. Pensò che quello che stava facendo andava contro i suoi principi e decise di non vedere più Kiyo. Cercò di dare la notizia alla ragazza in modo delicato e lei pianse e si disperò, cercando di farlo tornare da lei. Ogni notte si faceva sempre più bella e provocante per tentare il monaco, ma sembrava che questi avesse preso la sua decisione.

Kiyo, infuriata, decise allora di vendicarsi. Si recò all’altare del dio Fudo, dove pregò e chiese che il dio le desse la forza per uccidere il monaco. Dopodiché la ragazza si recò a un altro tempio, dove chiese al dio Kompira di insegnarle la magia per potersi trasformare in un serpente per poter così uccidere il monaco.

Il monaco andò a visitarla e lei lo pregò ancora di tornare ad essere il suo amante. Il monaco rifiutò, dicendo che quello sarebbe stato il loro ultimo incontro.
Kiyo allora si infuriò, i suoi occhi diventarono come quelli di un serpente; il monaco, spaventato, corse fuori dalla casa da tè e tornò al tempio, dove si nascose sotto alla campana. Kiyo alzò allora la sua bacchetta magica, mormorò delle parole magiche e il suo viso si trasformò in quello di un drago-serpente, sibilando e sputando fuoco. Uscì anche lei dalla casa da tè e si diresse al campanile del monastero. Il suo peso fece crollare le colonne che lo sostenevano e la campana crollò a terra, con il monaco imprigionato al suo interno.

Kiyo, trasformata in drago-serpente, saltò sulla campana e la strinse forte, facendola surriscaldare. La strinse così forte che il metallo divenne incandescente e iniziarono a sentirsi le urla del povero monaco. Pian piano le urla cessarono e il metallo si scaldò così tanto da liquefarsi. Il potere del Karma aveva distrutto sia il corpo del monaco sia quello del terribile mostro in cui si era trasformata Kiyo.

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